Articolo: LA TERRA SENZA DI NOI

di GIANNA MILANO

Un libro mette in scena la fine dell’umanità e immagina l’impatto che ciò avrà sul mondo.

Qualche traccia di civiltà resterà. Ma il pianeta si prenderà la rivincita.

 
Questo è un articolo che mi ha fatto molto riflettere, è stato pubblicato sul numero 36 del 2007, che, prendendo spunto da un libro, cerca di spiegare come sarà la terra
senza la presenza dell’uomo.
Alberghi muti e senza finestre. Vetri frantumati. Pareti crollate e stanze vuote. Muri coperti da una spessa patina ingiallita. Tetti collassati. Campanili di chiese cosparsi dalle feci e dal sangue di pipistrelli morti. Balconi crollati. Crepe di cemento da cui germogliano arbusti. Nella totale assenza di voci umane il fruscio delle ali degli uccelli quasi rimbomba. Non si avverte mancanza di vita, anzi una vibrante presenza. Un brulichio che inquieta perché l’urbanistica della città, sommersa dal verde che l’ha riconquistata e avviluppata, è decomposta. Annichilita da un vuoto in cui serpenti, lucertole, corvi, gatti selvatici, topi, lupi, orsi, volpi, predatori di ogni genere e stazza si danno la caccia, la città sembra inghiottita dalla natura che reclama i suoi spazi. E se li prende, con ingordigia.

No, non è lo scenario di un film di fantascienza tipo Blade Runner. Quello descritto non è un mondo abitato da androidi, da replicanti, da ribelli come nel libro di Philip Dick, Il cacciatore di androidi, da cui Ridley Scott ricavò 25 anni fa il suo film visionario e ossessivo, quanto «un esperimento creativo». Così lo definisce Alan Weisman nel suo ultimo libro, The World without Us, in cui immagina cosa succederebbe al «mondo senza di noi», ossia se dal nostro pianeta di colpo dovessero scomparire tutti gli esseri umani.

Una predizione del futuro? «In un certo senso sì. Supponiamo che l’Homo sapiens venga invece spazzato via dalla faccia della Terra non per una qualche calamità nucleare, o per l’impatto di un asteroide, ma da un virus diabolico, naturale o manipolato geneticamente. Potrebbe la natura obliterare ogni nostra traccia, e cancellare città monumentali, riconducendo la vita ai suoi elementi originari, alle sue primissime forme, i microrganismi, in modo che il processo vitale si riattivasse come accadde miliardi di anni fa?» si chiede Weisman. Lui è persuaso che in ogni caso «la vita continuerà».

Secondo lo scrittore, docente di giornalismo internazionale all’Università di Arizona, anche quando l’uomo scomparirà la scintilla della vita che a partire dalle cellule primitive, sistemi proteici racchiusi da membrane in grado di replicarsi, ha dato avvio a una sequenza ininterrotta di processi evolutivi non finirà. «Tra 5 miliardi di anni, quando il Sole si espanderà in una stella gigante rossa, assorbendo tutti i pianeti attorno nel suo ventre infuocato, minuscole forme di vita, frammenti di dna o di rna, potrebbero viaggiare nello spazio creando le basi per una nuova vita» immagina.

La stessa sorte potrebbe essere toccata, secondo alcuni scienziati, a forme batteriche di vita fuggite dalla Terra e trasportate nei frammenti di roccia lanciati nello spazio dai primi violenti impatti di asteroidi. «Magari questi microbici viaggiatori hanno trovato nuovi pianeti da abitare e conquistare» ipotizza Ricardo Guerrero, professore di microbiologia all’Università di Barcellona. «Tutte le forme di vita sulla Terra dipendono dalla vita procariotica. I procarioti, cellule senza un nucleo distinto come i batteri, sono i primissimi microrganismi che hanno abitato il pianeta. In 2 miliardi di anni di evoluzione procariota si sono sviluppate tutte le associazioni simbiotiche che hanno poi dato origine agli antenati di altre forme più complesse di vita biologica, ai primi organismi con cellule eucariotiche, ossia fornite di nucleo».

Protisti, funghi, piante e animali sono tutti emersi da un mondo procariotico con cui conservano una cooperazione vantaggiosa. Per esempio il mitocondrio, quell’organello responsabile della respirazione aerobica all’interno delle nostre cellule eucariotiche, altro non è che un discendente di un batterio. E i cloroblasti, gli organelli fotosintetici che si trovano in piante e alghe, sono i discendenti di batteri fotosintetici aerobici, i cianobatteri.

Forme di simbiosi microbica sono alla base dell’evoluzione: «La cooperazione non evolve se non è vantaggiosa» scrive John Maynard Smith in Le origini della vita (Einaudi). «I microbi permettono la continuità della vita. Tra noi e una miriade di loro c’è una coesistenza dinamica: loro ci mantengono sani e noi li conserviamo vivi. Un equilibrio simbiotico, un mutuo adattamento che guai se si rompe» aggiunge Guerrero. Quando ciò accade emergono le malattie.

Quanto è verosimile che la storia della vita si interrompa? Durante i suoi oltre 3.850 milioni di anni di storia la vita ha affrontato sulla Terra grandi catastrofi ecologiche. Non solo, i cambiamenti sulla superficie del pianeta e la composizione della sua atmosfera hanno causato l’estinzione in massa di molte specie. Anche in tempi recenti, come all’inizio del periodo Cambriano (540 milioni di anni fa), ci sono state cinque grandi estinzioni. «Esse non hanno mai rappresentato una minaccia per la biosfera. La vita, specie quella batterica, è molto resistente, possiede una sorprendente tenacità, e ha mostrato una grande capacità di adattamento» afferma Guerrero. Che cosa favorisce i microrganismi? «Ad avvantaggiarli sono le dimensioni minute che consentono loro di disperdersi, la flessibilità metabolica che permette loro di adattarsi e tollerare condizioni ambientali sfavorevoli; e la plasticità genetica che li rende capaci di ricombinarsi e di unire caratteri positivi per persistere e adattarsi ai cambiamenti dell’ambiente».

L’origine delle cellule della vita, la biopoiesi, potrebbe aver avuto luogo sulla Terra più volte. Nonostante lo scenario catastrofico dipinto da Weisman di un mondo senza più umani, potrebbe riaccadere? Le previsioni degli esperti non suonano ottimistiche. Il disastro ecologico prodotto dall’uomo sembra avere imboccato una strada di non ritorno e aver messo in pericolo la possibilità del nostro pianeta di autorigenerarsi, come vuole la teoria rassicurante di Gaia, dal nome della dea Terra degli antichi greci, formulata da James Lovelock oltre trent’anni fa. Il più grande organismo vivente che abita la Terra non è né un animale né una pianta ma la Terra stessa, il pianeta in tutte le sue parti è simile al corpo umano: un’entità capace di regolare temperatura, composizione chimica e fisica dell’ambiente, mantenendole entro livelli in cui la vita può perpetuarsi.

È ancora così? I dati raccolti sulle soglie di anidride carbonica nell’atmosfera (380 parti per milione rispetto alle 280 di oltre due secoli fa) inducono lo stesso Lovelock a non essere più tanto ottimista. Per una grande percentuale, l’80 per cento, l’aumento è da attribuire al consumo di combustibili fossili e deforestazione. Secondo Lynn Margulis, microbiologa alla Boston University resa famosa dalla sua teoria sulla simbiogenesi quale motore dell’evoluzione, le proprietà autoregolanti di cellule, organismi e sistemi osservabili, non solo nell’atmosfera, sono oggi rese instabili.

«La storia della Terra sta attraversando un momento critico, l’umanità è a un bivio e deve scegliere il suo futuro» ha detto Lovelock. Il biofisico inglese nel suo ultimo libro, La rivolta di Gaia (Rizzoli), insinua il dubbio che l’uomo abbia incrinato i delicati meccanismi alla base dell’equilibrio tra le forme di vita sul pianeta, tanto da indurre Gaia a mettere in atto una rivolta che potrebbe vedere l’umanità condannata all’estinzione. Proprio come immagina Weisman. E con l’uomo se ne andranno anche le tracce del nostro passaggio. Alcune più rapidamente, altre meno.

Gli edifici di pietra saranno gli ultimi a scomparire e, mentre i materiali delle moderne costruzioni si decompongono, il mondo ripercorrerà i suoi passi indietro nel tempo perdendo gradualmente memoria di noi. Per questo esercizio creativo Weisman ha parlato con biologi, zoologi, paleontologi, ingegneri, conservatori d’arte, biologi marini, astrofisici. Il gioco intellettuale prevede che cosa succederà nelle metropoli dopo che nessuno si occuperà di raccogliere i rifiuti e pompare l’acqua. «Le tubature si intasano e scoppiano, la metropolitana si allaga, le strade si trasformano in fiumi, tutto si deteriora: fondamenta, pilastri, condotti. La giungla dell’asfalto dà vita a una vera giungla» scrive.

Per ricostruire un mondo senza di noi Weisman ha visitato luoghi che sono stati abbandonati dall’uomo per vari motivi. Un frammento di foresta pluviale al confine tra Polonia e Bielorussia, una zona demilitarizzata fra le due Coree e la fascia che separa la parte turca di Cipro da quella greca. Ecosistemi ancora intatti. «Ma per capire veramente un mondo senza traccia di noi dovevo anche capire come fosse prima che l’uomo iniziasse il suo cammino 5 milioni di anni fa, quando primati e ominidi si separarono. Così mi sono recato in Africa. Un viaggio a ritroso in una realtà preindustriale» racconta.

Che cosa ci sopravviverà? Mentre ciò che resta della torre di Gerico, di età neolitica, sarà ridotto a sabbia e polvere, le caverne di Altamira e Lascaux, dove i primi ominidi hanno trovato riparo, e sulle cui pareti permangono i graffiti, attenderanno nuovi occupanti. Sottoterra le possibilità che le cose rimangano immutate sono maggiori. Succederà così al nuovo sistema di metropolitana di Istanbul, inclusa la linea che congiungerà sotto il Bosforo l’Europa con l’Asia. Intatte, secondo Weisman, saranno altresì le stazioni monumentali del metrò di Mosca con saloni rivestiti di marmo, mosaici e bassorilievi. Anche la misteriosa città sotterranea della Cappadocia, Derinkuyu, una sorta di fortezza con ramificazioni di corridoi e soffitti bassi di tufo, usata come rifugio durante le guerre, resterà a testimoniare la nostra esistenza.

Particelle di plastica di bottiglie, giocattoli, sacchetti, siringhe, funi e altri utensili nelle infinite varietà di acrilico, poliestere, nylon, polietilene, polipropilene, ridotte in briciole, non biodegradabili, formeranno una polvere, prevede Weisman, da cui il mondo non si libererà facilmente. Finiranno per essere inghiottite anche dallo zooplancton. «Supponendo che ogni attività finisca domani, e che d’improvviso nessuno produca più plastica, gli organismi viventi avranno a che fare con questo materiale per migliaia di anni. O, forse, anche più» scrive.

Che cosa resterà delle sette meraviglie del mondo antico? In piedi, prevede, sarà forse solo la piramide egizia di Cheope. Le altre sei? Dalla statua di Zeus a Olimpia al colosso di Rodi, i materiali erano inadatti a resistere al tempo. Anche la meno antica ma imponente muraglia cinese, per la cui costruzione ci sono voluti 2 mila anni, non sarà immortale. «Quel miscuglio di terra, pietre, legname, mattoni e perfino impasto al mortaio di riso glutinoso usato come amalgama senza la manutenzione dell’uomo sarà indifendibile dalle radici degli alberi e dall’acqua, e le piogge acide prodotte dalla Cina industrializzata non aiuteranno. Si decomporrà e resteranno solo le pietre» scrive.

L’arte moderna con le sue installazioni e i suoi materiali caduchi, tele, plastica, sacchi bruciati, è certamente più effimera delle sculture antiche. Quelle di bronzo e di pietra hanno maggiori probabilità di resistere nel tempo, a meno che siano calcaree e non di granito. Dipende anche dalla qualità dell’aria e l’assenza di attività umane dovrebbe ridurre la corrosione perché calerebbero le emissioni di anidride carbonica o CO2. La Torre Eiffel, come accadde ai monumenti dei maya, verrebbe ricoperta da muschio ed erbacce, perdendo la sua silhouette slanciata.

In un mondo senza umani gli uccelli, delle oltre 10 mila specie che hanno coesistito con noi (circa 130 sono scomparse), non avrebbero più da temere i tralicci per l’alta tensione, le piogge acide, i pesticidi sulle coltivazioni. «Per non parlare dei milioni di uccelli che ogni anno si rompono l’osso del collo sbattendo contro le vetrate degli edifici» scrive Weisman.

A beneficiare della nostra assenza saranno anche le zanzare. «La nostra visione antropocentrica ci fa pensare che il sangue umano sia essenziale per la loro sopravvivenza, ma questi versatili gourmet avranno a disposizione un mondo di animali cui attingere, mammiferi a sangue caldo, ma anche rettili a sangue freddo, perfino gli uccelli».

E se dopo la catastrofe che ci cancella dalla Terra si scoprisse che sono sopravvissuti al resto dell’umanità un uomo e una donna? Si ripresenterebbe il problema della contrapposizione tra molecole organiche come punto di partenza della vita, secondo la consolidata teoria dell’evoluzione, e il creazionismo? Nel caso ci si ritrovasse a fare i conti con le tentazioni di un serpente e di una mela, questa volta, però, sarebbe una mela ogm.

 

 

 

Alan Weisman, THE WORLD WITHOUT US

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