Articolo (3): Guerra e pace: è possibile una conciliazione?

Sono i temi più impostanti degli ultimi tempi: analizziamoli.
GUERRA E PACE: È POSSIBILE UNA CONCILIAZIONE?
Il problema che ha generato molte discussioni ultimamente è stato trattato in modo da fare chiarezza

Ogni qualvolta si accende il televisore, si legge un giornale, si ascolta la radio, si rimane sorpresi, allibiti e stupiti dalle notizie diffuse. Accanto alle notizie di cronaca rosa, l’attore che ha sposato l’attrice, il cantante che ha lasciato la fidanzata, si affiancano quelle di cronaca interna, i problemi e le reazioni suscitati dalla legge Cirami, i disastri del maltempo o gli scontri in Parlamento tra destra e sinistra, e quelli di politica estera: da due anni ormai vengono redatte che interessano di più il Medio Oriente e l’Asia Minore che il mondo intero. Non è difficile ricordare, ad esempio, i conflitti scaturiti dai reciproci odi tra israeliani e palestinesi e dai loro scambievoli tentativi di sottomettere l’”altro”. Yasser Arafat, leader dell’OLP, il fronte nazionalista palestinese, per cercare di ottenere quanto, secondo lui, appartiene al popolo israeliano, anziché sedersi a un tavolo per discutere di questi “insanabili” problemi, cosa fa? Arruola giovani e meno giovani che, fomentati e aizzati dalla propria religione, trasforma semplici cittadini in pazzi imbottiti di esplosivo, che si lanciano contro mercati, pubbliche piazze o luoghi di ritrovo, con il solo scopo di fare una strage; tentativi di riconciliazione ci furono, tanto che, grazie agli sforzi fatti nel corso degli anni 80/90 tra palestinesi, guidati fin d’allora da Arafat e gli israeliani, capeggiati da I. Rabin, valsero al leader dell’OLP il premio nobel per la pace, grazie anche agli accordi stipulati a Camp David con la supervisione del presidente USA Ronald Reagan. Le trattative ebbero un brusco rallentamento allorché un fanatico decise un giorno si assassinare Rabin, a cui successe l’attuale leader israeliano Sharon, più intransigente e conservatore de predecessore. Secondo la mia modesta opinione, penso che tutti i problemi abbiano una soluzione: l’unica condizione è che tutte e due le parti siano propense al dialogo. Tuttavia ritengo difficile, se non impossibile, ragionare con un terrorista. Alcuni li chiamano terroristi, altri kamikaze: kamikaze è una parola giapponese di cui sembra che molti non ne sappiano il significato: essi erano, attenzione non “sono” coloro che, durante la Seconda Guerra Mondiale, si scagliavano col proprio aereo contro gli americani per mostrare la propria fedeltà e fiducia all’Imperatore. I kamikaze sono giapponesi e non musulmani o islamici istigati da una religione bigotta proclamatrice nel suo Testo Sacro della necessità di una Guerra Santa: io comunque fatico, e molto, a chiamare religione una pratica che obbliga un fedele a ucciderne un altro per ottenere la serenità nell’aldilà. Assoldati con lo scopo di offendere, i fondamentalisti del gruppo di Al Qaeda, capitanata dallo “sceicco del terrore”  Usama Bin Laden, sono i responsabili dell’attentato rivendicato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, di cui tutti ormai siamo più che a conoscenza; essi inoltre hanno gettato ombre sul più recente attacco all’hotel Paradise si Mombasa, in Kenya, che è costato la vita a 15 innocenti persone. Al temine di questi infiniti tragici fatti, anche dalle parti politiche si sono levati cori pro e contro interventi per sradicare il morbo del terrorismo: fin dalla guerra in Afghanistan del 2001, alla decisione di iniziarne una in Iraq, gruppi di persone si sono riversati nelle piazze e nelle vie delle più importanti città italiane per protestare contro le decisioni dei cosiddetti “grandi della politica”: allora, via agli stendardi, alle bandiere con la scritta “PACE” in bella vista su uno sfondo arcobaleno e tutti a marciare in modo pacifico: fin qui, nulla da obiettare, ma quando lei filmati dei telegiornali si notano, a fianco degli striscioni pacifisti, si vedono bandiere contrassegnanti partiti politici (soprattutto rossi…), qui si cade in fallo: se si fa una manifestazione pacifista, si insiste sul significato del temine “pace”, se se ne fa una politica, allora si esporranno bandiere bianche, rosse, verdi, nere, fucsia…: è un grave errore unire solidarietà e politica. Io non mi ritengo un guerrafondaio, anzi, la guerra secondo me è l’ultima arma da dover essere utilizzata, però a volte è necessario giungere anche a questa soluzione: ritengo pura utopia e irrealizzabile un mondo dove la guerra, i contrasti e le incomprensioni non esistano e dove tutte le persone camminano abbracciate e intonare canti e balli: le rivalità ci sono sempre state e sempre ci saranno, è compito dell’umanità intera cercare di evitarle o quanto meno, arginarle. Poche persone, nel mondo dei media, sono capaci di esprimere le proprie opinioni in questo campo, e ancora meno sono coloro che, dopo averle sempre professate, riescono a mantenerle. Una persona che, a mio parere, è riuscita meglio a mantenersi oggettiva in questo intricato argomento è Oriana Fallaci. Molti l’hanno aspramente criticata per il suo ultimo libro La rabbia e l’orgoglio, ma io vorrei sapere quanti dei suoi detrattori hanno realmente letto questo testo: finché la critica è finalizzata al libro, posso anche accettarla, quando invece si passa anche ad attaccare anche con pesantezza sulla persona, allora non sono più d’accordo: nella mia modesta opinione ritengo insensato il tentativo di demolire un’opera e la vita di una persona solo per le idee diverse, perché penso che tutti abbiano in casa almeno un prodotto Nestlè o siano almeno andati una volta da McDonald’s. quello su cui ho cercato di insistere è la possibilità di una conciliazione tra guerra e pace, a patto che però vengano rispettate e ascoltate entrambi le campane, nel pieno rispetto di ogni singolo individuo e pensiero.

Marco Malinverno
Dicembre 2001
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